Venerdì 6 marzo 2020 alle ore 17:00

   presso la sala delle Adunanze della Misericordia di Empoli

(Via Cavour, 34 – 35)

si terrà la conferenza di Roberto Bianchi

1918-1921. Utopie, mobilitazioni, conflitti, violenza politica

 

Dopo il primo conflitto mondiale, il Grande Dopoguerra si rivelò tanto grande e brutale quanto grande e totale era stata la Grande Guerra. Sullo sfondo di trasformazioni geopolitiche che avrebbero trasformato il volto del pianeta, mentre i conflitti militari proseguivano in Medio oriente e in ampie zone di Europa e Asia, anche in Italia emersero sulla scena pubblica nuovi progetti politici, inedite forme di mobilitazione sociale, speranze di un cambiamento generale che la guerra vittoriosa aveva alimentato.

L’Italia era riuscita a vincere contro l’Impero austro-ungarico, ma nelle trattative di pace i progetti di espansione delle élite dirigenti si scontrarono con quelli degli alleati vincitori; le forze politiche che avevano guidato il paese divennero oggetto di attacchi da parte dell’estremismo interventista e nazionalista. Al contempo, da una società oramai di massa si rivendicavano cittadinanza, diritti, lavoro; si chiedevano i “frutti della vittoria” e soprattutto quelli promessi dopo la disfatta di Caporetto. Lo Stato liberale non riuscì a guidare la trasformazione in corso e ne rimase travolto. La guerra aveva generato o rinnovato idee di patria diverse e antitetiche. Se tutti erano stati coinvolti nel conflitto con la mobilitazione totale, la guerra aveva approfondito le fratture sociali e creato contrapposizioni politiche difficilmente ricomponibili. Questa fu una delle tragedie della Vittoria: l’Italia del 1919 era un paese più diviso di quello del 1914.

Sotto il peso dei lutti e delle mutilazioni fisiche, oltre che economiche e sociali, lungo tutta la penisola aleggiava un clima da resa dei conti generale: contro chi si riteneva avesse causato la rotta dell’autunno 1917; contro quelli che avevano voluto e poi esaltato la guerra; contro coloro che non mantenevano le promesse già veicolate dalla propaganda; contro i governanti che a Parigi sembravano incapaci di affermare una nuova e più grande Italia. Questo, in un contesto segnato da disoccupazione, lento ritorno dei reduci, crisi economica e nuove miserie. La pace, insomma, non colmò le trincee interne scavate negli anni precedenti.

In sede storica si usa dire che il 1919 fu l’anno dell’ingresso delle masse sulla scena. In realtà, era stata la guerra a collocare forzatamente le masse in un ruolo decisivo per la vittoria o per l’elaborazione del lutto, ma poi questo ruolo si modificò ed ebbe un’influenza rilevante sugli sviluppi del cosiddetto “biennio rosso” del 1919-1920, segnato dall’irruzione, più che dall’ingresso, delle masse sulla scena pubblica internazionale. Un biennio che in Italia non fu solo rosso, bensì multiforme e multicolore, che si colloca all’interno di uno straordinario ciclo di mobilitazioni popolari che si era aperto nel 1917 e che si chiuse con le elezioni amministrative dell’autunno 1920, che rinnovarono molte amministrazioni comunali e provinciali, aprendo la strada a una possibile democratizzazione del paese e a desiderate riforme sociali. In quello snodo prese corpo e forza il fascismo, un fenomeno nuovo generato dalla guerra e dall’interventismo, da culture politiche che radicavano in ideologie presenti in Europa da tempo e rafforzato dalla crisi del dopoguerra. Azioni di tipo squadrista si erano già verificate nel corso della guerra; tra 1920 e 1921 i Fasci di combattimento dettero corpo a quella brutalizzazione della vita politica italiana tanto discussa in sede storica.

Lo squadrismo dei neri non sorse come reazione meccanica indotta dalle azioni dei rossi, non venne generato dal massimalismo “diciannovista”. Fu un fenomeno complesso dotato di storia e di ragioni sue proprie, ovvero di motivi che vanno indagati e contestualizzati per essere compresi, che ebbero un loro peculiare percorso di sviluppo fino al salto di qualità avvenuto tra l’intervento, la guerra e il lungo dopoguerra.

A partire da questi temi, l’incontro sarà un’occasione per riflettere sul rapporto tra storia generale e vicende locali, perché la storia della Toscana tra Prima guerra mondiale e fascismo rappresenta un caso di studio di notevole interesse, che da sempre richiama l’attenzione degli studiosi e continua ad essere oggetto di polemica politica. Nel marzo 1921, dopo la “battaglia di Firenze” e i tragici “fatti di Empoli”, gli spazi pubblici toscani erano di fatto controllati dal fascismo e da Blocchi dell’ordine, molti mesi prima della marcia su Roma che nell’autunno 1922 avrebbe portato Mussolini al governo.

SEGUI L’EVENTO SU FACEBOOK